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by Mario Pardella

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WORLD MASTERS ATHLETICS: 5276 JACCHERI ELENA
WORLD MASTERS O WAR MASTERS?

Il 14 settembre, 2 anni esatti dalla scomparsa, su questa terra, del mio babbo, nel primo pomeriggio sono costretta ad allontanarmi dal convegno nazionale sulla riforma del diritto di famiglia, organizzato proprio in sua memoria, per partire alla volta di Riccione. Sono carica di tensione emotiva, dovuta alla triste ricorrenza, allo stress per l’organizzazione del convegno, alla rabbia per l’infortunio (lesione di 2 cm. al tendine di Achille) a soli 13 giorni dalla maratona, e alla tensione pre-gara.
So che ho poche probabilità di portare a termine la missione e ho ormai da giorni la consapevolezza che il “sogno podio” è un miraggio lontano. So di aver un 10% di possibilità di finire la maratona e non di più!
Ma nella mia mente è impressa una frase appesa in bacheca a Riccione, all’ingresso dello stadio, dove 2 domeniche prima ho ritirato il pettorale 5276 e mi aggrappo a quella filosofia sportiva e non demordo.
Alla partenza ci viene urlato dai Giudici che, PENA SQUALIFICA E’ VIETATO:
- avere biciclette lungo il percorso al proprio fianco anche per pochi secondi;
- prendere acqua dai passanti;
- prendere qualsiasi oggetto, anche la spugna dai passanti;
- indossare cinture, marsupi o altro che non sia il completo originale della nazionale;
- portare con sé oggetti, integratori, spugne;
- trattenere con se le spugne dell’organizzazione per più di 10-15 metri;
- toccare le mani dei passati, ecc..
Dalle retrovie, con un inconfondibile accento fiorentino, si sente una voce “una scurreggia la si puole fa?”
Il percorso sembrava un labirinto fra marciapiedi, rotonde, piste ciclabili con fondo a mattonelle… era vietato tutto, ma non era vietato alle famigliole con tricicli tagliare la strada ai maratoneti.
Il caldo e l’umidità insopportabili non erano in alcun modo “stemperati” dall’organizzazione.
Ai ristori solo pochi bicchieri, dislocati su 3-4 tavoli, con 3 dita d’acqua; troppa poca acqua per un caldo così. La carenza d’acqua è stata sicuramente la causa principale di numerosi ritiri e della paralisi del pronto soccorso all’arrivo, trasformatosi in un lazzaretto con persone sdraiate con le flebo ovunque!
La gara fin dalla partenza si trasformava in una guerra ed il percorso assumeva pian piano i connotati di un campo di concentramento.
Nei primi 10 km, davanti a me a 4’ al km, una spagnola e due inglesi stabilivano il ritmo e io cercavo di controllare la gara da dietro, ma capivo subito che per me, dopo 2 settimane di stop forzoso, l’andatura era troppo elevata (le pulsazioni salivano vertiginosamente).
Voglio rimanere in gara…Non posso farle andare troppo avanti, pensavo…
Così ho fatto come quando ero piccola e mia mamma mi diceva “già che piangi, ora ti faccio piange’ per qualcosa…” e me le dava…, così, “visto che mi dovrò ritirare per il tendine, tanto vale che mi ritiri per tutto”.
Mi ripetevo: NON MOLLARE, SEI AL MONDIALE, STAI IN GARA”.
La spagnola al 5° km strappava e si portava al comando seguita dalle 2 inglesi, sia la spagnola che le inglesi avevano i loro gabbiani connazionali.
Io ero apparentemente sola… ma il mio gabbiano mi seguiva discreto dall’alto e la motivazione di andare avanti e di non mollare me la trasmetteva ad ogni passo.
Al 13° l’inglese favorita diminuiva il ritmo e al 15° la superavo; al 18° raggiungevo la spagnola, che subito reagiva cercando di staccarmi. Sentivo il suo respiro che si faceva sempre più affannoso, ed io intuivo che stava mollando di testa dalle sue espressioni e dalla grinta disperata di volermi stare un passo avanti ad ogni costo.
Questo mi agevolava: potevo nascondere il mio dolore al tendine che mi aveva irrigidito tutto il polpaccio destro fin dal 22° km. e potevo soprattutto nascondere il pensiero ormai martellante, tanto quando il dolore al tendine, di fermarmi…
NON MOLLARE, LELA, NON MOLLARE!
Al 28° la spagnola si ritirava…
AL 30° km. riuscivo a vedere la prima, si avvicinava… ho sognato pochi attimi, poi ho capito che se avessi forzato anche di un solo secondo avrei perso tutto.
Dal 30° al 42° non ricordo niente… non ho letto un intermedio, non ho più guardato le pulsazioni, ormai troppo alte.
Sapevo che dietro avevo l’inglese e la sud-africana a poco distanza e sentivo che non ce la facevo più, zoppicavo, morivo di sete e di dolore.
Un ciclista mi ha offerto la borraccia dicendomi che ero disidratata, che avevo le labbra bianche… ma ero controllata a visto da un losco figuro vestito di nero che scortava in bicicletta l’inglese dietro di me! Ho capito che ero in guerra e dovevo combattere per la sopravvivenza…
Fra il 40° e il 41° mi ha sorpassato la sud-africana, ma non mi sono scoraggiata, le ho detto “brava, go-go!!!”
La guerra era contro l’inglese, e per il podio!
Ce l’ho fatta… taglio il traguardo…
Non riesco a smettere di piangere, fra gioia, dolore, commozione…
La frase affissa all’entrata dello stadio, ormai ne sono certa, è stata scritta per me: “NON SI PUÒ VINCERE TUTTE LE VOLTE, MA SI PUÒ PERDERE TUTTE LE VOLTE CHE SI RINUNCIA!”
Grazie babbo!

ELENA PER AVERCI FATTO VIVERE LA TUA FORTE EMOZIONE